FORME DI RESILIENZA E RESISTENZA IN TUNISIA E PALESTINA

di Lara Panzani

L’Economia Sociale e Solidale (ESS) si declina in termini di resilienza, di alternativa al sistema socio-economico dominante, di difesa dell’identità dei territori, di consapevolezza delle comunità in cui essa si sviluppa. Si illustrano qui due casi, quelli di Rayhana in Tunisia e della West Bank in Palestina: realtà periferiche o marginali di paesi in grave crisi che trovano nella organizzazione di esperienze di ESS, condotte principalmente dalle donne, l’input per prospettive di crescita dei rispettivi territori.

 

L’autodifesa delle comunità territoriali

L’Economia Sociale e Solidale (ESS) e la resilienza sono concetti molto spesso citati insieme, quasi in intreccio, l’uno in sostegno alla definizione dell’altra, senza che nessuno dei due venga in qualche modo assorbito completamente. L’economia sociale e solidale è sicuramente resiliente ed esercizio di resilienza, per il fatto di rappresentare una opportunità di auto-organizzazione sociale ed economica flessibile, a misura del territorio che la genera, e alternativa al sistema dominante che tende invece a diluire, omologare, se non addirittura ad annullare quella identità territoriale fatta di gruppi, di produttori e produttrici, di consumatori e consumatrici consapevoli, di comunità. Risulta quasi superfluo dire che il concetto che fa da ponte, da collante è quello di territorio, o meglio di identità territoriale, sottintendendo con questo tutto quell’insieme di valori, principi e criteri che tengono insieme una comunità, non solo e soltanto in senso «difensivo», perché ne delineano anche una visione di futuro, di prospettiva necessariamente comuni. Sono questi valori e principi che caratterizzano sia le relazioni sociali tra individui e gruppi di quella comunità, che le filiere produttive e di consumo, includendo, in diversi casi, anche le risposte e le proposte politiche che quel territorio dà alle istituzioni locali, nazionali, internazionali.

 

I movimenti della sponda Sud del Mediterraneo

Dal 2010-2011 ad oggi, la sponda Sud del Mediterraneo ha conosciuto sicuramente una fase di rottura, per molti aspetti rivoluzionaria, denominata e molto spesso facilmente catalogata come Primavera araba. A partire dalla Tunisia, poi in Egitto e in molti altri paesi di quell’area, si sono visti scendere in campo movimenti di cittadine e cittadini, spesso molto giovani, che hanno chiesto e poi imposto cambiamenti dirompenti a compagini governative ed interi sistemi politici che da decenni tenevano regimi di fatto, oppressivi sotto tutti i punti di vista, sociale, economico, culturale. Quei movimenti sono in molti casi provenienti da territori, nella quasi totalità da periferie, urbane o rurali, dimenticate se non represse dalle politiche di sviluppo locale pensate dai governi in carica. Si tratta delle periferie dove sono maturate, nel tempo, quelle richieste di giustizia sociale poi esplose negli scioperi e nelle manifestazioni largamente spontanee del 2010-2011. In quella fase, quindi, e da quella fase in poi, è giusto immaginare che alcuni territori, in modo spontaneo e spesso non coordinato, si siano messi in movimento, per tracciare una linea di rottura. Dal 2011 in poi, come sappiamo, a quella rottura sono seguite storie molto differenziate di cambiamento (basti pensare alla differenza tra quanto sta accadendo adesso in Tunisia, Egitto, Marocco), ma purtroppo anche di reazione conservatrice e repressiva, nei vari paesi, e risulta difficile, spesso, vedere un filo conduttore che ci aiuti a leggere i vari contesti nazionali. È un fatto, però, che osservando quei contesti con una lente un po’ più raffinata, e spesso dall’interno, emergono storie non comuni ma vicine, di territori che da quella richiesta ed esigenza di rottura hanno preso spunto per reinterpretare e costruire una loro prospettiva di cambiamento sociale ed economico, senza fermarsi ad attendere risposte governative. È in questi casi che la resilienza territoriale ha incontrato l’economia sociale e solidale e ha generato storie ancora molto agli inizi, fragili, continuamente minacciate, ma resistenti e con l’aspirazione di fare rete, di costruire alleanze.

Questo breve pezzo non passerà ovviamente in rassegna quanto accade in tutti i paesi della sponda Sud del Mediterraneo, ma tenderà più a raccontare storie incrociate, grazie alla attività progettuale della ONG COSPE, in due paesi estremamente importanti per conoscere l’area e quanto accaduto dal 2011 ad oggi: la Tunisia e la Palestina. Si tratta ovviamente di paesi con storie molto lontane e che hanno vissuto in modo estremamente diverso il movimento della Primavera araba, ma il lavoro di relazione tessuto su alcuni territori di entrambi i paesi dalle esperienze di relazione e progettuali di COSPE che si sono avvicendate negli anni, fornisce quella lente selettiva che può mettere in evidenza storie similari di territori resilienti, che stanno scegliendo l’economia sociale e solidale come chance di prospettiva. In questa ottica, si racconteranno, in modo estremamente impressionistico due territori e, all’interno di essi, due esperienze di economia sociale e solidale di resilienza, segnalando poi, in ultima istanza, quelli che possono rappresentare dei nessi, degli elementi ponte, tra contesti differenti e in movimento.

 

Il caso Tunisia

In Tunisia si parla di economia sociale e solidale già prima del 2011: la discussione in merito, e anche la rete PLATESS, piattaforma di livello nazionale, risalgono agli anni 90. Ma è giusto precisare che, in questo periodo, si parla di economia sociale e solidale sulla base di un dibattito che rimane allo stato di mera discussione e soprattutto non ha radici nelle esperienze territoriali: esso nasce e resta, per molto tempo, Tunisi-centrico. Si tessono anche relazioni con reti e piattaforme regionali e mediterranee (REMESS, Med ESS…), ma occorre davvero attendere il 2011 per assistere ad una reale nuova partenza – dal basso, spesso da zero, dai territori – della discussione sul se e quanto l’economia sociale e solidale possa rappresentare una risposta alle domande e aspettative che hanno generato e alimentato il movimento rivoluzionario. È quindi in questa fase che nascono, in maniera spesso molto empirica e «artigianale», le prime esperienze di auto-organizzazione, di progettazione associativa, anche di carattere economico: questo perché durante il regime di Ben Alì era praticamente impossibile costituirsi formalmente in associazione.

Solo pochi gruppi, paracadutati dall’alto, o nelle grazie del Governo se non della famiglia del presidente Ben Alì, riuscivano ad avere il visto, le visa, per essere riconosciuti come associazione. Nel 2011-2012 all’alba della caduta di Ben Alì, si assiste ad una esplosione di registrazioni di associazioni, oltre tredicimila nell’arco del biennio successivo alla rivoluzione: gruppi molto spesso piccoli, quasi a dimensione familiare, ma tra di essi alcuni, radicati territorialmente, cominciano a sviluppare progetti, micro azioni di intervento nelle comunità di appartenenza a sfondo culturale, ambientale, sociale. Nella prima fase di attività c’è molta difficoltà per le varie associazioni a lavorare insieme, in coordinamento anche informale: la diffidenza e il non riconoscimento reciproco tra associazioni e anche tra gruppi rimasti nella informalità sono forti e non consentono la realizzazione di progetti di più ampio impatto. Ci si muove nel micro, molto spesso su sistemi informali, in qualcosa che spesso lega il volontariato alla assistenza, o alla sussidiarietà per servizi non esistenti nei territori periferici, per iniziative che intendono dare un segnale di non attendismo, piuttosto che di reale auto-organizzazione alternativa socio-economica. Sono le basi.

 

Rayhana e le filiere al femminile

Tra queste associazioni ce ne sono alcune che si legano a progetti di cooperazione e decidono di coglierne l’opportunità: una di esse è l’associazione Rayhana, che nasce sul territorio di Jendouba a partire da un gruppo di donne giovanissime, nel 2013. Le fondatrici di Rayhana si incontrano principalmente perché sono selezionate come equipe locale per il progetto Centre Femme Solidarité, gestito da COSPE in partenariato con l’associazione femminista AFTURD (Association del Femmes Tunisiennes pour la Recherche et le

Developpement) e finanziato dall’Unione Europea. Il progetto ha come scopo principale quello di sostenere, su un territorio molto difficile come quello del governatorato di Jendouba, l’attivismo delle donne che, singolarmente o in gruppi, hanno una loro progettazione sociale, economica e culturale, in particolare attraverso l’apertura di un Centro Polifunzionale per le Donne, gestito interamente da donne residenti nel territorio. L’impresa si rivela fin da subito complicata, ma il gruppo di giovani donne che lavora sul progetto e conosce bene il territorio ha le idee chiare: dopo pochi mesi si costituisce spontaneamente come «Associazione Rayhana» e comincia ad organizzarsi come gruppo di riferimento per la gestione del centro, della casa Rayhana. Il centro si caratterizza fin da subito realmente come uno spazio consacré alle donne di Jendouba, dove si realizzano quindi attività culturali, formative, o di semplice incontro e scambio. Esso mostra fin da subito di avere una forte vocazione economica e dal 2014 diventa sede di attività economiche femminili importanti: un café culturale che promuove incontri e offre prodotti del territorio, ed è diventato in seguito base operativa per un servizio di catering, un centro di formazione multimediale e linguistica, e una sala attrezzata per l’attività sportiva femminile. Nel primo gruppo promotore, che fa riferimento all’«Associazione Rayhana», c’è fin dall’inizio la forte consapevolezza di quanto tutte le attività assumano una valenza non solo economica ma anche politica, in un territorio dove non esistono politiche a sostegno delle iniziative femminili, né in termini di associazionismo in genere, né in quelli di impresa sociale. Nella prima fase di attività, il centro è stato riferimento soprattutto a livello urbano, ma già dopo meno di un anno, è divenuto punto di riferimento anche per gruppi di donne attive in ambito rurale, tanto che l’«Associazione Rayhana» ha stretto e rafforzato relazioni di rete che hanno consentito lo sviluppo di interventi di valorizzazione e sostegno alle filiere locali (che riuniscono attività agroalimentari e di artigianato gestite soprattutto da donne) e all’eco-turismo nelle bellissime aree circostanti la città di Jendouba.

 

La piattaforma del Joint Council

In Palestina, nei territori della West Bank, si comincia da poco tempo a parlare di economia sociale e solidale, ma le premesse esistono da tempo, e sono premesse importanti, che fanno parlare della ESS come possibile percorso di economia di resistenza. Esistono, nella zona di Gerusalemme Est e nella West Bank, associazioni (CBO – Community Based Organizations) che svolgono un ruolo importante e di reale sussidiarietà (per quanto riguarda i servizi, l’approvvigionamento di beni e di materie prime, i trasporti, ecc..) nei territori che vivono quotidianamente l’occupazione israeliana. L’area di Salfeet, collocata nella West Bank, è l’area a più alta concentrazione di colonie, attraversata dal muro di separazione e caratterizzata da uno scarsissimo accesso ai servizi di base (acqua, sanità, scuole). I trasporti quotidiani, sia di persone che di beni, ma ogni attività economica, in particolare quella agricola sono costantemente ostacolate da questa presenza e dai blocchi, vecchi e nuovi, imposti anche per l’accesso alle terre. È un’area strategica, sia per la produzione agricola che industriale, particolarmente ricca e produttiva; anche per questo l’occupazione israeliana punta a bloccarne l’attività.

Da meno di due anni, a partire dal 2014, in questa area si è attivata una dinamica estremamente interessante, sostenuta anche da un progetto che COSPE, in partenariato con l’associazione palestinese PYU (Palestinian Youth Union) e finanziato dalla Unione Europea. È nata una piattaforma locale, denominata Joint Council, che riunisce i CBO, quindi gruppi della società civile, ed istituzioni locali, che coordina, in un’ottica di governante territoriale, il sostegno ad iniziative economiche associative co-ordinate, davvero molto vicine ai processi di economia sociale e solidale. Nel corso del 2015, le associazioni hanno sviluppato loro microprogetti economici, per la maggior parte focalizzati sulla produzione agroalimentare e sull’accorciamento della filiera produttiva di prodotti alimentari. Si parla di produzione di latte, formaggi, pane, ristorazione di base con prodotti locali, ma anche gestione di servizi di ristorazione per le mense scolastiche.

In un territorio come quello di Salfeet, quasi totalmente dipendente dall’acquisto di beni prodotti o commercializzati da Israele, questo assume un valore fortemente politico e delinea chiaramente quella che viene chiamata una «economia di resistenza». Nella visione del Joint Council, la prospettiva è quella di rendere le produzioni agroalimentari autoctone di Salfeet, riducendo la dipendenza dall’area dei prodotti israeliani, fino a renderla Israel free (libera da Israele). Importante notare che il 90% delle CBO più attive nella piattaforma di Salfeet è rappresentato da gruppi per la maggior parte o totalmente femminili: si tratta di gruppi con esperienza e capacità organizzative riconosciute da tempo nel territorio sia in attività non profit che in produzioni agroalimentari di base. Alcune di queste donne sono entrate come rappresentanti anche nelle amministrazioni locali e questo rende particolarmente interessante la prospettiva di inclusione di politiche di sostegno alle iniziative femminili, risorsa fondamentale per il territorio intero.

I microprogetti economici associativi sono appena all’inizio e mostrano sicuramente ancora molte fragilità, ma la logica della piattaforma territoriale di sostegno sicuramente è una logica che ha potenzialità interessanti nel medio e nel lungo periodo, anche in altri territori. Infatti, l’esperienza dei Joint Council è già guardata con interesse anche in altre zone, tanto che il Joint Council di Salfeet ha incluso nei suoi piani l’idea di ampliare le alleanze con esperienze similari, nella West Bank e non solo.

 

Punti e ponti comuni

Le esperienze di Rayhana e dei Joint Council, la conoscenza diretta dei territori e dei contesti di riferimento, ma anche delle esperienze di economia sociale e solidale nei due paesi, ci permette di evidenziare alcuni elementi comuni: il legame con il territorio; la volontà di resilienza; il protagonismo delle donne; la necessità di uscire dall’isolamento.

Il legame con il territorio: in entrambi i casi è il territorio l’elemento che unisce e che plasma la dinamica con cui sono delineate le relazioni, sono state identificate le filiere e sono nate le reti locali. Non sono solo le risorse (in termini di persone-risorsa, gruppi-risorsa o risorse del territorio), ma anche i vincoli, gli ostacoli che il territorio sperimenta tutti i giorni, a modellare le strategie dei gruppi nell’elaborare il loro microprogetto e le loro alleanze.

La volontà di resilienza: nelle due situazioni c’è la consapevolezza, condivisa dai gruppi di riferimento delle reti locali, della necessità di costruire percorsi economici comunitari e alternativi a quelli dominanti, che creano dipendenze e non sostengono la crescita del territorio. C’è quindi una sorta di «visione di resilienza», ovviamente in questa fase ancora in divenire e condi-visa dai primi gruppi-risorsa, che deve essere resa visibile nella pratica, nella produzione quotidiana, nelle relazioni tra produttori e produttrici, consumatori e consumatrici del territorio.

Il protagonismo delle donne: il ruolo delle donne e la loro visione dell’economia locale è estremamente importante in entrambe le esperienze presentate. Questo non è assolutamente un caso, e porta al processo potenzialità estreme di innovazione che spesso sono accompagnate dall’inclusione di un’ottica di genere nei processi economici territoriali. La valorizzazione della visione trasformativa e innovante delle donne che vivono il territorio nel quotidiano, dà sicuramente maggiori garanzie di inclusività, impatto e sostenibilità ai nuovi sistemi economici locali che fanno riferimento all’ESS.

La necessità di uscire dall’isolamento: si tratta di esperienze di periferie in movimento, che cercano di dare una risposta auto-organizzata e a loro misura alla necessità di uscire da contesti di isolamento. Periferie che cercano nell’economia sociale e solidale strategie per divenire centrali, per uscire da una situazione di confino in cui sentono di non poter decidere del loro sviluppo. È un fatto che da entrambi i territori provengano richieste precise alle istituzioni e alle organizzazioni internazionali di interventi che sostengano dinamiche di contatto e di scambio.

Questo testimonia la piena consapevolezza dei soggetti che animano questo tipo di esperienze che le alleanze, le relazioni di reti tra soggetti omologhi sul territorio e tra reti omologhe presenti in altri territori dello stesso Paese, ma anche in altri paesi della stessa area, sono una risorsa fondamentale.

Gli elementi sopra presentati, in modo consapevolmente impressionistico, non rappresentano soltanto dei punti in comune, ma delle possibilità tangibili di connessione tra esperienze di economia sociale e solidale in contesti nazionali diversi e lontani. Dal nostro punto di osservazione, si tratta di perni per l’intervento e il consolidamento di queste esperienze, come anche di note da imprimere nell’agenda di qualunque soggetto voglia sostenere i percorsi di difficile resilienza, e resistenza, che esse rappresentano.

 

Riferimenti bibliografici

Global Vision for a Social Solidarity Economy: Convergences and Differences in Concepts, Definitions and Frameworks, paper edito da RIPESS (Intercontinental Network for the Promotion of Social Solidarity Economy) nel 2015.

Social and Solidarity Economy in Tunisia: context, practices and challenges, ricerca effettuata all’interno delle attività del progetto SSEDAS da Sarra El Idrissi e Wassim Abidi, con la supervisione di Alessia Tibollo.

Ri-GEN MED: sostegno a percorsi di rigenerazione sociale, economica e culturale animati da giovani donne e uomini nei territori periferici di Tunisia e Palestina, NEEDS ASSESSMENT – PALESTINA, progetto elaborato da Valentina Verze e Gianni Toma.

Social and Solidarity Economy in Palestine: context, practices and challenges, ricerca effettuata all’interno delle attività del progetto SSEDAS da «Bisan Centre for Research and Development», con la supervisione

di Valentina Verze.

Ri-GEN MED: sostegno a percorsi di rigenerazione sociale, economica e culturale animati da giovani donne e uomini nei territori periferici di Tunisia e Palestina, NEEDS ASSESSMENT – TUNISIA, elaborato da Alessia Tibollo.