DI FRONTE AL PASSAGGIO FRA VITA E MORTE NELL’ETÀ DEL MONDO VIRTUALE
di Letizia Oddo

La tecnologia virtuale sfida i limiti del reale e si muove sui confini incerti fra naturale e artificiale, fra verità e simulazione. Nel mondo virtuale, la tecnologia mette a disposizione la possibilità di forgiare una nuova identità, quella che vorremmo, quella che ci viene proposta come desiderabile, ma occorre pur sempre fare i conti con quella reale. Anche il confine fra vita e morte sembra apparentemente sparire e la separazione, la perdita, il dolore svaniscono nella illusoria «eternizzazione» creata dal mondo virtuale, che contribuisce a negare così i legami veri, profondi, complessi che ci uniscono alla realtà del nostro mondo e a confinarci in una dimensione di sostanziale solitudine.

«Non appena divenne fattibile non ci restò altra scelta
che provarci, e al diavolo le conseguenze.
A dirla nel più nobile dei modi,
cercavamo di sottrarci alla nostra condizione mortale,
di affrontare se non di sostituire la divinità con un io esemplare».
(Ian McEwan, Macchine come me)

Se viene sfidato ogni confine
Nell’oltre, protendersi al di là, oltre il passaggio fra vita e morte, dove la perdita, la separazione, portano via, fanno sparire, ma anche, dove i ricordi, le sensazioni del tempo vissuto, ridanno vita e riunificano, dove diviene possibile ricongiungersi nel mistero della trascendenza: noi e loro, i vivi e i morti, insieme. Oggi la tecnologia digitale, l’intelligenza artificiale, vogliono, devono sfidare ogni confine, fra reale e virtuale, fra naturale e artificiale, fra verità e simulazione, anche, soprattutto, fra vita e morte. La tecnica digitale afferma il proprio potere di innovazione e di connessione attraverso la sottomissione della natura, dove l’artificiosità diventa la caratteristica dominante di un potere discrezionale che trova solo nel realizzabile il suo limite revocabile, nell’incremento incessante la sua sfida esaltante. La natura, con la sua libertà e i suoi vincoli, con la sua forza creativa e distruttiva, imprevedibile, meravigliosa, può trovare nel potere della tecnica informatica la sua alternativa in un controllo, in una gestione capace di istituire altri ordini di realtà, in prodotti matematizzati evanescenti e flessibili, in una potenza evocativa capace di far accadere eventi, suscitare coinvolgimenti. Il computer funziona, ma non ha coscienza; siamo noi esseri umani a infondere la nostra vita psichica, le nostre proiezioni, in questa creazione: il nostro desiderio di potere, di controllo, di efficienza, di immortalità, ma anche, in un processo di identificazione proiettiva fra soggetto e oggetto, la nostra aspirazione verso una regressione magica, un’immersione fusionale, avvolgente, pervasiva. Un mondo fantasmatico, dove poter fuggire nella riproposizione del conosciuto, nelle parole di una paziente, in un rimuginare che automaticamente si ripresenta: «Sei sempre lì! Mi dico, ma poi sono sempre lì: avvinghiata. Tutto si deve incastrare. Qualcosa di diverso, che non sia stato calcolato, può essere perturbante, suppongo sempre che sia una fregatura. Meglio non provocare il cambiamento, ho paura di farmi sopraffare, almeno così non sono responsabile del mio fallimento». Nelle comunicazioni informatiche il senso della propria individualità sempre più si libera dal corpo, dall’anima, dalla loro vulnerabilità, mortalità, sensibilità, per identificarsi in personalità potenzialmente aleatorie, versatili, transitorie, soggette al nostro desiderio onnipotente di configurazione: nella rete possiamo comparire e sparire senza mai né nascere, né morire. L’immersione elettronica istituisce connessioni molteplici, intersecanti, in una sfera magica, regressiva, capace di agire al di là dei limiti della corporeità, soggettività, in un tempo lanciato, in uno spazio dilatato, immateriale. Nell’orizzonte del post-umano le creazioni elettroniche si «animano» di una vita autonoma, indistruttibile: i programmatori cercano algoritmi capaci di simulare l’espressione vera, il movimento, la voce, il linguaggio, di clonare individualità, personalità, nei loro modi particolari di dire, pensare, agire. L’unicità dell’essere umano è messa a profitto, come si esprime Ippolita: «Non attraverso un banale fermo immagine, un’impronta statica, ma nel suo divenire sempre in movimento. La luce accecante della tecnologia cattura le metamorfosi dell’anima-carne in un costante streaming di dati»1. Nelle repliche, nelle immagini in codice, la realtà viene simulata, formattata: l’avatar, i chatbot, svolgono compiti prestabiliti, rispondono agli obiettivi che il programmatore sceglie di istallare in un seme di intelligenza artificiale. Far apparire figure derealizzate, deprivate del loro corpo mortale e del loro spirito vivente: prodotti virtualmente assemblati, merci in un’esposizione perenne, tracce finalizzate a esercitare un’ascendente. Così come dichiara il fotografo James Wilson, creatore dell’avatar in 3D Shudu, modella e influencer su Instagram: «Se ti “influenza” e ti comunica contenuti interessanti, perché formalizzarsi sul concetto di realtà?».

Come diceva Jung
La potenza computazionale digitale disarticola, vanifica ogni singolarità e particolarità, biologica e psichica, convertendole in dati comportamentali: le nostre impronte digitali, il codice genetico, le esperienze quotidiane, i vissuti più intimi, segreti, sono estratti dalle procedure di profilazione, di sorveglianza, elaborati e correlati in una mediazione tecnica che converte in anticipo il senso della possibilità nel calcolo delle probabilità. La concezione scientista, scrive Jung nel saggio The undiscovered self, proprio con il suo privilegiare una considerazione astratta e frammentata dell’essere umano, tende a favorire i processi di passivazione e di massificazione che caratterizzano la modernità, deprivando la soggettività della consapevolezza del valore della sua unicità, della sua dignità individuale e della sua responsabilità morale2. Il sistema informatico viene preso a modello per potenziarsi, replicarsi in un senso dell’identità transpersonale, di gruppo, in un contagio psichico che allontana dalla ricerca di sé, dalla propria interiorità e corporeità, introspezione e vicinanza. Il desiderio di impossessarsi degli altri, identificandosi con le loro  rappresentazioni virtuali, aiuta a contenere il senso della propria inesistenza, disvalore; nei vissuti di un paziente: «(…) inglobando, immagazzinando le loro immagini cerco una zavorra voluta, che mi permette non di essere unico, ma come tutti gli altri, sola salvezza possibile rispetto al senso di caos che mi attraversa». Conformarsi, immagazzinare, essere come tutti gli altri, come le loro configurazioni virtuali omologate, standardizzate, diventa una difesa per non smarrirsi, per non esporsi all’angoscia del rapporto con la propria interiorità e corporeità. Nel regno della simulazione è possibile configurare un mondo digitale in cui qualsiasi aspetto – volto, voce, comportamento, storia – sembri reale, anche se in realtà tutto è virtuale. La potenza informatica può creare altre dimensioni, modellare il vivente in una proliferazione mutevole, cangiante, ma soprattutto, eterna: noi resi dati per sempre immortalati, intrappolati, nel cloud. Bit su bit, foto, parole, video, restano fissati, archiviati su piattaforme digitali, falsi convincenti, né vivi né morti, spettrali. Il desiderio di eternità può così cercare appagamento nel campo di una simulazione virtuale acquistabile, accessibile, a piacere modificabile, soggetta a una tecnologica ritualità, fra contatti mediatici e psichici, in una regressione suggestiva verso una dimensione arcaica, magica, che promette di rendere l’alterità del mondo invisibile, presenza permanente.

L’eternità digitale
Per esempio, la piattaforma «Eterni.me» è un software che ricrea la personalità di persone decedute elaborando e processando le loro tracce sul Web – conversazioni in chat, foto, video, mail, aggiornamenti sui social, abitudini di navigazione – e che, attraverso l’intelligenza artificiale, simula le caratteristiche, i comportamenti di quella determinata persona, anche dopo la morte dell’originale. Come scrive Giovanni Ziccardi, questo essere artificiale «(…) potrà tranquillamente dialogare con altre persone, crescere apprendendo dalla rete e dall’ambiente che lo circonda, compresi i social network, e selezionare le informazioni da veicolare per apparire sempre “nuovo”, il più umano possibile»3. Con l’uso dell’intelligenza artificiale diventa così possibile riversare sullo schermo di un computer la replica della persona defunta, strapparla dal buio della scomparsa, immettendo la sua configurazione, il suo profilo, nei circuiti riverberanti delle piattaforme, rendendola «eternamente fruibile». La vita virtuale dopo la morte può essere processata, prevista, replicarsi in un passato reso futuro, senza incertezze, senza sorprese, in una sospensione eterna. Ognuno dei partecipanti alla comunità social può contribuire con le sue connessioni all’evocazione della persona morta, come in una seduta spiritica, ognuno, unito in una sorta di collegamento telepatico con gli altri membri, può fornire le sue condivisioni, i suoi dati che daranno forma elettronica al bot: tracce digitali, irradianti, proliferanti. Nel «regno» dell’intelligenza artificiale, vita e morte si equivalgono: restare sempre visibili, poter essere riattivati con il proprio profilo digitale sempre aggiornato, coincide con l’essere ricordati, commemorati. In un tempo che può essere a piacere «allungato», il ritmo del durante, del prima e del dopo, spariscono nella loro diversità e unicità, nel loro valore e significato. In questo tempo dell’illusione, viene riformulata una visione che si autoalimenta sempre di più, senza movimenti, pause, sconvolgimenti, che assorbe e avvolge. Fuggire la morte, la sua fine, le sue sofferenze, il suo feroce arbitrio, è umano, ma, al tempo stesso, negare la morte toglie valore di testimonianza a ogni esistenza, quel lascito di piccole, grandi cose, che imprimono di sé la vita degli altri che, nel divenire, continua. Nel confronto con il dolore, con la consapevolezza della mancanza, della perdita, l’inconscio parla il linguaggio dell’interiorità che sente, che tocca, che sogna, dei ricordi che rievocano la persona che non c’è più nella sua presenza d’affetto, ma anche di rabbia, di dolore, schiude immagini che vanno al di là di se stesse, apre prospettive incompiute, simboliche. Così il sogno di una paziente scorre muovendosi dallo spazio dell’illusione, da un dominio autoreferenziale – fra mondi paralleli virtuali, fra transito di livelli – verso il senso di una individualità che si conosce e si realizza proprio nell’accogliere e nell’interrogare.

«Possiamo scegliere la realtà che vogliamo»
«Sogno nella notte della festa del papà: Siamo nel cortile di una casa, con mia sorella. Entrambe siamo più giovani. Arriva mio padre, anche lui è ringiovanito. Lo guardo allibita, nel sogno sono consapevole che è morto, che non c’è più. “Ma papà non è morto?” chiedo a mia sorella, e lei calma, per niente sorpresa: “Sì in questa realtà!”, “Ma come, si può cambiare la realtà come vogliamo? Come in un gioco?” “Ma sì, non ricordi? Abbiamo cambiato situazione perché quella non ci piaceva”. Penso, contenta: “Guarda che ganzo! Possiamo scegliere la realtà che vogliamo: mio padre non è morto, noi siamo più giovani”. Sento un senso di sollievo, di felicità. È stato un bel sogno, ma la mattina dopo mi sono svegliata inquieta, agitata. La realtà non era per niente quella del sogno: mio padre è morto. Ho sentito il dolore della consapevolezza, un senso di profondo abbattimento. Nel sogno esistono mondi paralleli virtuali e noi possiamo decidere di passare da un mondo all’altro, se la realtà non ci piace. Questa visione apre tantissime possibilità, dà fiducia nel futuro: si può scegliere quello che più ci piace. Però, se l’unica possibilità di cambiamento è cambiare realtà, questo esclude la possibilità di modificare la realtà senza la necessità di cambiare mondi. Se non ci piace quello che stiamo vivendo, saltiamo a un altro livello. È drastico, veloce e allora dove è il cambiamento? Quasi come cancellare la realtà con un colpo di spugna e riscrivere tutto di nuovo. Certo nel sogno sono contenta di essere lì con mio padre e mia sorella, si era ricostruito il nucleo che avevo perso. Mi fa stare bene l’idea di poter restare lì per sempre. Per mia sorella è normale l’idea di cambiare la realtà a piacimento, di transitare da un livello a un altro, per me no, nel sogno resto stupita, non mi ero resa conto di aver cambiato realtà. Mi trovo sbalzata in un mondo diverso, dove mio padre non è morto, ma io sapevo di venire da un altro passato, da un’altra consapevolezza, esperienza. Man mano che ripensavo al sogno, la mia inquietudine aumentava: non volevo che fosse così semplice! E tutta la strada che avevo fatto? E tutta la mia fierezza, soddisfazione per i miei cambiamenti, le mie realizzazioni, dove sarebbero andate a finire?». I ricordi racchiudono l’irripetibilità di un tempo vissuto nella sua significatività, nei suoi legami, là dove il lutto lascia i suoi passi impressi, sprofondati lungo quella via tortuosa che segna il percorso della cultura e della storia. La separazione, la perdita della morte patita, subita, lascia andare i vivi e i morti, li lascia andare a tutto quello a cui è soggetta la vita: aprirsi, dichiararsi, esporsi. Quell’apertura ci è stata donata con la nascita e la morte la porta via con sé. Invece, nel sogno della paziente, la dimensione virtuale, dove ognuno può scegliere il mondo che più gli piace, permette di tenere la persona morta, chiusa, in un possesso proiettivo che impedisce il cambiamento, la trasformazione reciproca. Nel sogno, il padre, le figlie, tornano giovani, in un contatto digitale che agguanta, che attira a sé, che non permette di concepire, di sviluppare proprio quella consapevolezza e creatività che è possibile nutrire per poter crescere, per cambiare se stessi e il nostro unico, vero mondo. La proiezione può diventare talmente affascinante – nota Edgar Morin – da produrre «(…) una sorta di conversione ipnotica della vita, che si sonnabulizza, destinando ogni sua energia al consumo immaginario»4. Così i legami veri, profondi, complessi che ci uniscono al nostro mondo, nella natura, nella cultura, vengono negati, lasciandoci sempre più soli, abbandonati, terrorizzati: la fuga dal reale si converte in una simulazione che non ci può ospitare, incoraggiare, ma solo stimolare e gratificare. Allora le braccia che nella morte ci potevano ancora cullare, cadono giù, sole, inavvertite e la nostra voce non può più chiamare e ascoltare. Ma la vita si rivolge alla morte, così come la luce all’ombra: le nostre mani, il nostro sguardo, nelle pieghe, nelle sfumature del passato e del presente, le possono, entrambe, incontrare e curare.

1 Ippolita, Anime elettriche. Riti e miti sociali, Jaca Book, Milano 2016, p. 65.
2 C.G. Jung, The undiscovered self, Routledge, London 2002, pp. 9-10.
3 G. Ziccardi, Il libro digitale dei morti, UTET, Milano 2017, p. 23.
4 E. Morin, Lo spirito del tempo, Meltemi, Milano 2017, p. 124.